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Architetture visionarie di “Gioierie” torinesi

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C’è una grande differenza tra essere visionari o sognatori. Il Visionario è colui che vede nel qui e ora la sua meta; la sta nutrendo, è il suo presente. Il sognatore vive nella mancanza della sua meta che vede solo in un possibile futuro; è triste, malinconico. Il Visionario vive di pienezza, il sognatore di mancanza.
Le Architetture visionarie di Paola, che si concretizzano nei suoi gioielli, rappresentano veri e propri viaggi nei luoghi della memoria, dell’immaginario e del sogno, tessere di un puzzle che messe assieme ricostruiscono un percorso, dell’immagine femminile, nelle epoche attraverso di esse. In contrapposizione all’omologazione standardizzante della grafica digitale, e all’incessante produzione di immagini di rapido consumo, queste opere determinano un ritorno all’autenticità ma anche anticonvenzionalità delle forme, che ne costituiscono il fascino e, al tempo stesso, la forza.

Paola, nata a Torino, figlia di un collezionista d’antiquariato e di una ricamatrice, respira fin da bimba il culto del bello e del lavoro artigianale tra ricami, pizzi antichi e arredi s’epoca, in una Torino che si esprime tra arte e cultura.
Dopo la laurea in Architettura, si specializza nel gioiello Déco, che possiamo, giocosamente tradurre, ispirandoci alla lingua piemontese in cui siamo cresciuti, in quanto torinesi, come “Giojeria”, un quasi-neologismo che esprime bene il “mettersi in mostra”, senza, però, il carattere narcisistico che può svilirlo.
Ogni “Gioieria”, architettura visionaria di ornamento, è un’opera d’arte; indossarlo significa assumere non solo la qualità estetica del bello ma percorrere metaforicamente un’introspezione sostanziata da storie vissute a attraversate, crocevie di sentimenti, sensazioni e nuovi aspetti del Sé.

L’Esposizione si snoda in tre fasi-tema:

24-25-26 marzo: La sacralità nella Bellezza.

La bellezza, può essere ricercata come espressione della presenza del sacro, quale icona della perfezione del Creato. Portare un’immagine sacra come ornamento significa, anche, esprimere il sentimento di riconoscenza al Creatore attingendo da  esso tale perfezione come  prolungamento del divino. Le diverse immagini della Vergine,  delle Sante o degli Angeli  esprimono forza, gioia e protezione da esse. Tali ornamenti non costituiscono quindi un rito pagano ma l’espressione del divino nella bellezza femminile

8 aprile: La Sindrome dell’Epoca d’oro

Il termine è stato coniato dal poeta simbolista francese Charles Baudelaire. Si realizza quando la malinconia si traduce in una fertile produzione artistica che dà sbocco alla sofferenza, trasformandola in creatività. Solo se non viene scacciata subito, la malinconia può liberare questa energia ispiratrice.  Il fascino emotivo  si esprime in quel senso di dolore sordo e profondo che le anime sensibili e propense all’arte vivono dinnanzi alle grandi vestigia del passato sognando  di far parte di un’epoca perfetta e irripetibile: la cosiddetta “Sindrome dell’età dell’oro”. Si tratta di una forma di negazione della banalità del presente a favore dell’idealizzazione di un determinato periodo storico durante il quale noi saremmo stati più a nostro agio. Di questa “patologia” ne hanno sofferto  molti grandi uomini:  Cicerone non si dava pace all’idea che se fosse nato solo qualche secolo prima avrebbe potuto camminare a braccetto con Catone il Censore. I romantici dell’Ottocento  componevano poemi su poemi narrando  fiabesche avventure di dame e cavalieri medievali, trasformando quell’epoca oscura in un grande arcobaleno di colori e azioni virtuose.  La malinconia femminile può essere così sublimata da un ornamento antico o una creazione che lo contenga. La trasposizione onirica nell’epoca d’oro avviene, così, quasi per magia, portandolo indosso, ostentandolo quasi. Piccoli gioielli o grandi coillier come quadri, ci immergono in una passato nostalgico ma fervido e produttivo,  consentendo  alla nostra creatività di liberarsi e liberarci dalle catene del presente  e di renderci gioiosi per tale trasformazione .

 

 

8-9 aprile: Anatomie nostalgiche

La morfologia del corpo femminile richiama, da un lato la storia della tradizione anatomica e del suo rapporto con l’arte, d’altro la cultura somatica contemporanea, caratterizzata dall’ossessione per il corpo, per le sue performances, funzioni e strutture. Il gioiello che  ne riproduce parti di esso, nella sua estetica a parvenza narcisistica,  diventa esso stesso oggetto e rappresentazione di un corpo “plastinato” reale, ossia, diventa una rappresentazione del corpo reale. In sintesi la distinzione tra oggetto e rappresentazione perde il suo senso originale. Riprendendo un concetto di Hillel Schwartz, nella “cultura della copia”, la distinzione tra originale e copia diventa obsoleta, in quanto entrambi sono intercambiabili. Così l’immagine indossata, plastinata,  consente l’illusione di una fusione non patologica con l’oggetto indossato, sublimando la percezione dell’essere corpo imperfetto, consentendo di non allinearsi alla massificazione della cultura somatica contemporanea.

Luisa Giambartolomei

 

L’Esposizione si arricchisce di preziosi oggetti di piccolo antiquariatato in tema con l’Evento: Bijoux d’epoca e collezionismo di Daniela di Vecchia Parigi – Tel. 3485358968, Esposizioni e mostre itineranti.

 

Paola e Daniela durante l’esposizione Ornamentum in Galleria Davico.

 

 

 

Piccolo blog pariniano. Notizie, amenità e … dintorni sulla nostra professione

foto antica di famiglia a tavola

PseudoBLOGpariniano: Un modo per dire la nostra aldilà del cibo che somministriamo e che amiamo, ma non solo…. Un piccolo inserto che se non interessa non lo guardi!

          Cari Parinoti, sì, questa è una novità del facebook del Parìn. Perché nasce? In primo luogo per veicolare delle informazioni sul nostro lavoro, e, con esso cosa significhi per noi  l’esser cuochi,  gestire un’attività come la nostra e  confrontarsi con le problematiche che essa comporta, in una dimensione dove tutto si evolve molto velocemente.

          Credo peraltro, sia un tema di grande attualità, vista la proliferazione sempre maggiore di chef, master chef e, aspiranti tali. Oggi un po’ tutti hanno idealizzato la figura del cuoco, ma senza sapere bene cosa comporti l’esserlo. Veramente, qualche volta,  ce lo chiediamo anche noi.. che con una certa fatica tentiamo di essere sempre più social come vorrebbe il “trend”. Faticoso…, almeno per le piccole aziende come la nostra. Molti gestori sono colleghi stellati e hanno uno Staff in grado di sostituirlo, mentre loro sono in giro per convention, manifestazioni, corsi professionali e viaggi. Noi no, non siamo tutto questo.
Il nostro chef, Max Bonavero, che ci piace chiamarlo ”cusiné” è praticamente quello che sta sempre in trincea, lavora molte ore al giorno, coprendo il servizio del pranzo e della cena. Ha ovviamente aiuto in cucina, ma lui è il “Capo Indiscusso” (hahaha), è lui che decide cosa e come fare qualunque cosa.

          La sua cucina non è né nouvelle, né altre forme molto innovative del tutto particolari e rispettabili, ma che sono altra cosa. Questo però non significa che non si possa tenere in considerazione nuovi prodotti del territorio che si caratterizzano per essere produzioni piemontesi, e creare nuovi piatti con essi. Ciò non vuol dire discostarsi dalla tradizione, ma solo avvicinarsi a queste nuove meravigliose realizzazioni aritigianali del nostro Piemonte, magari importate da altri luoghi, ma creati qui, inserendoli così nella nostra cucina. Questo significa per noi essere un po’ innovativi. Senza esagerare eh..!

          Quindi un modello, il nostro,  che non ci  appare superato,  bensì da tutelare religiosamente, in quanto espressione di una tradizione famigliare e, quindi, anche storico-sociale.

          Il nostro Staff è composto per lo più da persone che lavorano con noi da tempo, ma non mancano le “new entry”, i nuovi arrivati, sempre selezionati dal Capo cusiné’ secondo schemi tradizionali: la motivazione al lavoro è fin troppo ovvia per noi, al Parin occorre anche spirito di dedizione, disponibilità ad entrare in un contesto che, oltre che lavorativo, è famigliare. Questa è la nostra principale caratteristica. L’essere una famiglia senza legami di parentela. Nello spirito di auto-mutuo-aiuto. Cos’è quindi il Parin per tutti quelli che vi lavorano? È una casa, oltre che un’azienda. E come tale viene … abitata..
Questo comporta impegno, supporto reciproco. Questo significa che se succede qualcosa, tutti devono dare il loro contributo affinchè si comprenda perché quella cosa è accaduta, senza istituire processi, ma sempre alla ricerca di una consapevolezza delle cose e dei fatti senza la quale non si cresce, non si migliora e non si è adeguatamente professionali. E con un forte senso di responsabilità individuale. Una squadra? Anche ma soprattutto una famiglia all’interno della quale di può trovare anche una soluzione a problematiche di vario tipo.

          Come ho detto un modello antico, quello che ci è’ stato tramandato dai nostri vecchi, e che cerchiamo di trasmettere ai nostri figli. Anche in senso lato.

           Luisa del Parìn

La magia nei dettagli...

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